Gaza, 20 settembre 2025
Le buone nuove? Nessuna.
La cornice globale
Mentre il pianeta brucia in oltre 60 conflitti registrati e più di 120 tensioni armate attive, Gaza non è “una guerra come le altre”. Qui non si tratta di due eserciti che si fronteggiano, ma di un popolo intrappolato sotto le bombe, affamato da un assedio e privato di ogni condizione di vita. Ed è proprio per questo che la domanda non è più “se” si possa parlare di genocidio, ma perché ancora ci ostiniamo a non chiamarlo con il suo nome.
La narrazione dominante: la guerra, la fame, lo sgretolamento
Operazione di terra a Gaza City
Israele ha lanciato una nuova operazione di terra nella città di Gaza: bombardamenti, crolli, evacuazioni forzate. L’obiettivo dichiarato è distruggere la “capacità operativa” di Hamas, ma il prezzo in termini umani è colossale, con l’obiettivo di occupare il territorio.
Civili intrappolati, corridoi “umanitari” che illudono
Migliaia cercano di fuggire verso sud. Corridoi aperti, ma senza garanzie reali di sicurezza: chi cammina, spesso, non arriva.
La fame che non è una metafora
L’ONU avverte che Nord Gaza è già in carestia. Zikim è chiuso dal 12 settembre, gli aiuti non passano, le riserve collassano.
Numero dei morti, delle ferite, delle domande senza risposta
Più di 65.000 palestinesi morti, oltre 165.000 feriti. Ospedali distrutti, comunicazioni interrotte, sfollati ovunque.
Il mondo osserva, mugugna e resta immobile
L’UE annuncia sanzioni cosmetiche, l’ONU “esprime preoccupazione” e accisa Israele di genocidio, ma intanto le bombe continuano a cadere e la devastazione imperversa.
I numeri che fanno saltare la narrazione
Le cifre non sono opinioni, e a Gaza parlano chiaro:
- 83% delle vittime sono civili, secondo un database militare israeliano interno trapelato. Significa che non sono “terroristi armati fino ai denti”, ma bambini, donne, anziani. Tradotto: non “danni collaterali”, ma la regola.
- 84.000 morti complessive, conteggiate in studi indipendenti, includendo chi non è stato sbriciolato da una bomba ma è morto per fame, mancanza di cure, infezioni, condizioni di vita rese deliberatamente invivibili.
- La Commissione ONU è arrivata a scriverlo nero su bianco: le operazioni israeliane integrano diversi criteri della Convenzione sul Genocidio. Non lo dice un pamphlet militante, ma un organismo che — di solito — sceglie le parole con il contagocce.
Se davvero vogliamo ridurre tutto a un “conflitto come tanti”, allora siamo già complici della più grande menzogna di questo secolo. Perché se 80 mila morti, in gran parte civili, non bastano a definire la differenza tra guerra e genocidio, allora possiamo buttare a mare tutto il diritto internazionale.
Smontare le balle (la favola della “guerra chirurgica”)
Quante volte l’abbiamo sentita? “Operazioni mirate”, “bombardamenti chirurgici”, “danni collaterali”. Peccato che la chirurgia qui assomigli più a una macelleria.
- “Distruggere Hamas”: la traduzione pratica è radere al suolo interi quartieri, con scuole, case e ospedali. Perché la militanza non è fatta di strutture in uniforme, ma si confonde con la popolazione. Così diventa comodo: tutto può essere un obiettivo.
- “Evacuazioni sicure”: dire a un’intera popolazione di “andarsene” senza mezzi, senza garanzie, con corridoi che finiscono sotto le bombe. Una beffa che somiglia molto a uno sfollamento forzato.
- “Aiuti che entrano”: dichiarare di aprire un valico mentre i camion restano bloccati a sud, le scorte marciscono al sole e la popolazione muore di fame.
La verità è semplice: la guerra “chirurgica” non esiste. Esiste la guerra che elimina il nemico a ogni costo, e se quel nemico vive dentro una popolazione civile, la popolazione stessa diventa bersaglio.
Perché questa volta è peggio
Chi dice “in fondo succede anche altrove” finge di non capire. Sì, ci sono decine di guerre nel mondo, ma Gaza è diversa perché qui si sta demolendo la vita stessa come condizione di sopravvivenza.
- La fame come arma: quando impedisci deliberatamente l’accesso a cibo, acqua, cure mediche, stai programmando la distruzione di un popolo. Non serve la bomba atomica per fare genocidio: basta la chiusura di un valico.
- Gli ospedali come target: bombardati, evacuati, assediati. Inutile parlare di “errori”: la frequenza con cui succede rivela un metodo, non una svista.
- I bambini come statistica: non più vite, ma numeri da inserire nei report ONU. Se sei minorenne a Gaza, la tua vita vale quanto una postilla in un documento internazionale.
- Il diritto internazionale come optional: evocato nelle conferenze stampa, ignorato sul campo. La Convenzione del ’48, in teoria, era stata scritta per dire “Mai più”. In pratica oggi viene usata come carta da parati per salotti diplomatici.
Per questo Gaza è peggio: non è “solo guerra”, è un precedente storico. È la dimostrazione che il genocidio può avvenire in diretta mondiale, sotto gli occhi di tutti, senza che chi ha il potere di fermarlo muova un dito.
📌 Abbiamo già raccontato in dettaglio questo slittamento semantico e politico nel nostro articolo Gaza: genocidio in diretta.
Domande scomode che nessuno vuole fare
- Chi firma la fame come strategia bellica?
- Quanto vale un bambino palestinese nei conti dell’Occidente?
- Se non questo, cos’altro serve per dire “genocidio”?
- Quanti corridoi umanitari trasformati in trappole serviranno prima che qualcuno alzi la voce davvero?
L’Italia che tace
In questo scenario, l’Italia del governo Meloni brilla per ambiguità: proclami di solidarietà umanitaria davanti alle telecamere, ma pieno allineamento con la NATO e silenzio assordante quando l’ONU parla di genocidio. Roma si limita a votare in modo tiepido alle risoluzioni, cercando di non disturbare Tel Aviv né Washington.
Un equilibrio che non è diplomazia, ma codardia travestita da realpolitik.
Conclusione
Gaza è il laboratorio del futuro: un mondo in cui “genocidio” diventa una questione semantica, l’ONU recita comunicati e l’Europa si accontenta di tariffe doganali.
Chi oggi dice “non è genocidio” non difende la verità: difende la propria coscienza addormentata. E l’Occidente, con la sua diplomazia da talk-show, non è spettatore ma complice.
Se questa è la civiltà che vantiamo, allora il futuro è già scritto: una democrazia ridotta a brand, un diritto ridotto a pretesto, e un’umanità che ha deciso che certi morti pesano meno di altri.
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