Il futuro è una promessa.
I futuri, una sfida.

La fine del lavoro (come lo conosciamo) 🧑‍🏭

25 Marzo 2025
Scritto da silvinad

Docente a contratto.
Analista libera.
Comunico ciò che il potere preferirebbe tacere. 

Algoritmi, precarietà e illusioni digitali: cosa resta della dignità?

Ci avevano promesso più tempo, più libertà.

Quando l’automazione ha bussato alla porta, ci hanno detto:

“Lavorerete meno. Vivrete meglio. Sarete liberi.”

E invece? Lavoriamo sempre, ma in modo più instabile, più invisibile, più solitario.

Il lavoro non è scomparso: è stato svuotato.
Il futuro che ci avevano promesso… non è mai arrivato…

Il grande inganno del progresso

Ogni rivoluzione tecnologica è stata accompagnata da una narrazione salvifica.
Durante la Prima Rivoluzione Industriale, dicevano che le macchine avrebbero liberato l’uomo dalla fatica. Oggi, l’AI promette di liberarci dalla noia.

Ma il progresso non è mai neutrale.
Jeremy Rifkin lo aveva previsto: “Il lavoro è destinato a diventare un lusso.”
E Yuval Harari lo conferma: “Milioni di persone potrebbero diventare economicamente irrilevanti.”

La verità?

Non siamo diventati più liberi. Siamo diventati più ricattabili.

I numeri della scomparsa

La retorica dell’innovazione si scontra con i dati.

📉 Secondo il World Economic Forum, entro il 2027 l’AI e l’automazione elimineranno 83 milioni di posti di lavoro nel mondo.
📊 In Europa, l’8% delle mansioni amministrative è già stato sostituito da software.
📊 In Italia, l’ISTAT stima che oltre 3 milioni di lavoratori siano ad “alto rischio di automazione” nei prossimi cinque anni.

👉 A scomparire non sono solo i lavori manuali.
Gli algoritmi colpiscono call center, editoria, traduzioni, grafica, persino ambiti educativi.
Colpiscono chi è più debole, più giovane, più isolato.

Lavorare sotto l’algoritmo (e senza alleati)

Non è più il capo a controllarti. È l’app.
Ogni consegna è tracciata. Ogni pausa è sospetta. Ogni comportamento è valutato in tempo reale.

Il lavoratore è diventato un flusso di dati da ottimizzare.
Lavora da solo, a distanza, senza colleghi, senza rappresentanza.
Il lavoro non è solo precario: è solitario. Disconnesso. Spersonalizzato.

La solitudine non è un effetto collaterale. È un metodo di governo.

Non è solo una frase d’impatto. È una diagnosi.
Viviamo in un sistema dove la solitudine non è una conseguenza imprevista della tecnologia. È una strategia deliberata.

Siamo soli perché conviene che lo siamo.

  • Soli, non scioperiamo.
  • Soli, non ci organizziamo.
  • Soli, non mettiamo in discussione le regole del gioco.

Ogni forma di lavoro collettivo è stata smantellata, sostituita da piattaforme, app, microtask.
Il risultato? Ognuno negozia da sé. Compete da sé. Resiste da sé.

Come scrive Shoshana Zuboff ne L’era del capitalismo della sorveglianza: “La sorveglianza non ha bisogno di segreti. Ha bisogno di solitudine e dati.”

Ecco perché il lavoro oggi non è solo precario. È disconnesso, individualizzato, atomizzato.
Un esercito di individui isolati è molto più facile da gestire che una comunità di lavoratori consapevoli.

La precarietà non è un bug.

È una funzione.

L’illusione del lavoro creativo

Ci dicono: “spariranno i lavori noiosi, resteranno quelli creativi”.
Falso.

  • Gli algoritmi stanno sostituendo copywriter, traduttori, editori.
  • Le piattaforme digitali frammentano le professioni culturali.
  • Il “reinventarsi” è diventato un obbligo. Una trappola individuale.

👉 Se perdi il lavoro, è colpa tua.
👉 Se non ti adatti, non vali.

Una narrazione tossica che sposta la responsabilità dal sistema all’individuo.
Come spiega Milanović, il capitalismo ha separato la creazione di valore dalla dignità del lavoro.

Reddito universale: soluzione o sedativo?

E quando i conti non tornano… arriva l’ultima promessa: la reddito di base universale.

Una proposta affascinante, certo. Ma anche una potenziale anestesia sociale.
Pagare per non lavorare. Garantire la sopravvivenza.
Ma a che prezzo?

Harari avverte: “I governi potrebbero distribuire un reddito universale, ma cosa faranno le persone tutto il giorno?”

Milanović è ancora più diretto: “Serve a mantenere la pace sociale senza intaccare il potere.”

📌 E la domanda vera è questa:
Come sopravvive una società che nutre i corpi ma abbandona le menti?

Conclusione: il lavoro non sparisce. Viene svuotato

Non stiamo vivendo la fine del lavoro.
Stiamo vivendo la fine del lavoro come lo conoscevamo: stabile, dignitoso, riconosciuto.

Il potere non si è democratizzato.
Si è concentrato.
Chi possiede la tecnologia scrive le regole.
Chi lavora… esegue.

📢 Su Osservatorio Futuri non raccontiamo favole.
Decifriamo i futuri per non subirli.